Qualche giorno fa, leggendo l’articolo “Elogio alla Gentilezza” di Guido Stratta, Direttore Personale e Organizzazione del Gruppo Enel e fondatore dell’Accademia della Gentilezza, mi sono posta una domanda:
E’ ancora possibile parlare di gentilezza senza sembrare ingenui?
Viviamo in un tempo in cui sembra che per essere ascoltati sia necessario alzare la voce. L’aggressività, la polarizzazione e la paura dell’altro sembrano spesso prevalere, nelle relazioni personali come nelle organizzazioni e nel dibattito pubblico.
Eppure la riflessione di Guido Stratta ci invita a guardare la realtà da un’altra prospettiva: la gentilezza non è debolezza, ma una scelta di coraggio e di responsabilità.
Condivido profondamente questa visione.
Nel mio lavoro di coach incontro ogni giorno persone che, prima ancora di cercare soluzioni, hanno bisogno di sentirsi ascoltate, comprese e riconosciute. È proprio da lì che spesso nasce il cambiamento.
Perché la fiducia nasce quando una persona si sente vista, ascoltata e non giudicata. Solo allora è disposto a mettersi in gioco, collaborare, assumersi responsabilità e dare il meglio di sé.
Ecco perché credo che la gentilezza non rappresenti solo un valore personale, ma una competenza relazionale e una scelta strategica per le organizzazioni.
Creare un ambiente fondato su fiducia, ascolto, rispetto e sicurezza psicologica significa promuovere coinvolgimento, collaborazione, innovazione e senso di appartenenza. Non è solo una questione di clima aziendale: è una leva di competitività.
In un’epoca in cui Intelligenza Artificiale, digitalizzazione e automazione stanno trasformando profondamente il lavoro, il vero fattore distintivo non sarà soltanto la tecnologia, ma la qualità delle relazioni umane.
È proprio qui che il coaching può fare la differenza.
Il coaching non insegna la gentilezza. Aiuta le persone a sviluppare quella consapevolezza che permette di scegliere come entrare in relazione con gli altri, soprattutto nei momenti di maggiore pressione e complessità. Perché la gentilezza non è spontaneità: è una scelta consapevole.
Sono convinta, anche osservando il modo in cui le nuove generazioni interpretano il lavoro, che le organizzazioni più forti saranno quelle capaci di far convivere risultati e umanità e credo che la gentilezza sarà uno dei pilastri fondamentali di questo equilibrio.
E voi, qual è il vostro punto di vista?
- Pensate che la gentilezza possa diventare una vera competenza organizzativa e una leva strategica di leadership, capace di migliorare il benessere delle persone ei risultati delle organizzazioni?
- Oppure ritenete che, in un contesto sempre più competitivo e orientato alla performance, rischi di essere percepita come un limite anziché come un punto di forza?
Mi piacerebbe leggere le vostre esperienze e aprire un confronto su un tema che, a mio avviso, riguarda il futuro del lavoro e delle nostre organizzazioni.
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