Diciamo che le persone sono il nostro valore più importante. Ma quanto siamo davvero disposti ad ascoltarne i bisogni, rispettarne i ritmi e mettere in discussione le nostre convinzioni?
È una delle riflessioni che mi porto a casa dal Community Meeting 2026 della Comunità di Pratica di Coaching, tenutosi il 19 ottobre nella splendida cornice del Circolo Filologico Milanese.
Una giornata di confronto e condivisione intorno a un tema particolarmente attuale: “Umano è un valore. Corpo, empatia, intuizione in un mondo digitale”.
Ne sono uscita con una convinzione rafforzata: l’umanità non è qualcosa che possiamo limitarci a dichiarare. È un valore che scegliamo di praticare ogni giorno.
Essere umani non significa necessariamente generare valore
Paolo Marinovich, Presidente dell’Associazione Comunità di Pratica di Coaching, ha aperto la riflessione con una provocazione: essere umani è una condizione, ma rendere l’umano un valore è una scelta che si manifesta nei comportamenti e nelle decisioni quotidiane.
Un pensiero che mi ha riportato immediatamente al mondo delle organizzazioni.
Parliamo spesso di centralità delle persone, fiducia, ascolto e rispetto. Ma quanto siamo realmente coerenti tra ciò che dichiariamo e ciò che facciamo?
Prima della performance, la persona
L’intervento di Kadija Chirafici mi ha ricordato quanto sia importante riconoscere che non siamo sempre uguali a noi stessi.
Il nostro corpo ha ritmi e ciclicità. Le energie cambiano, così come la capacità di affrontare sfide, difficoltà e cambiamenti.
Nel coaching, come nella leadership, non possiamo ignorare lo stato fisico ed emotivo delle persone.
Prima di chiedere “Quale obiettivo vuoi raggiungere?”, forse dovremmo imparare a domandare:
“Come stai oggi? Di cosa hai bisogno? Cosa potresti togliere, anziché aggiungere?”
Mi porto a casa una consapevolezza importante: rispettare i ritmi e le condizioni delle persone non significa rinunciare ai risultati, ma creare le condizioni perché possano esprimere al meglio le proprie capacità.
Un principio che dovrebbe farci riflettere anche su come assegniamo obiettivi, gestiamo i carichi di lavoro e accompagniamo il cambiamento.
Equilibrio, senso e responsabilità nelle relazioni
Dall’esperienza benedettina raccontata da Suor Myriam D’Agostino ho ritrovato il valore dell’equilibrio tra il fare, l’apprendere e il dare senso a ciò che facciamo.
Tre dimensioni che nella vita professionale rischiano spesso di essere sacrificate a favore dell’urgenza e dell’operatività.
Mi ha colpito anche il modo in cui la comunità affronta i conflitti: attraverso il confronto, la ricerca progressiva di un aiuto e, quando necessario, l’accettazione di ciò che non si riesce a risolvere.
Essere comunità non significa essere sempre d’accordo, ma assumersi la responsabilità della qualità delle relazioni.
Quanto sarebbe utile portare questa consapevolezza nei nostri team, soprattutto quando le differenze diventano motivo di contrapposizione anziché occasione di crescita?
L’intuizione: una risorsa preziosa, ma siamo sicuri di saperla riconoscere?
L’intervento di Federio Petrozzi sull’intuizione incarnata mi ha offerto uno degli spunti più stimolanti della giornata.
L’intuizione è una capacità profondamente umana, che coinvolge corpo, mente, emozioni ed esperienza. Ma per emergere ha bisogno delle condizioni giuste: presenza, ascolto, attenzione e apertura a ciò che non è immediatamente evidente.
C’è però un rischio che non possiamo sottovalutare.
Quante volte chiamiamo intuizione ciò che in realtà è soltanto la conferma di una convinzione che abbiamo già?
Come coach abbiamo la responsabilità di lavorare continuamente sulla consapevolezza di noi stessi, riconoscere i nostri bias cognitivi e verificare le nostre ipotesi, evitando di trasformarle in certezze.
Lo stesso vale per chi guida persone.
Pensiamo alla valutazione di un collaboratore, alla selezione di un talento o alla gestione di un conflitto: quanto le nostre decisioni sono basate su ciò che osserviamo realmente e quanto sulle interpretazioni che abbiamo costruito nel tempo?
L’intuizione dovrebbe aprire nuove possibilità e domande, non diventare un giudizio sull’altro.
Rendere più umane le relazioni: dalle parole alle pratiche
Nel pomeriggio, i lavori di gruppo ci hanno permesso di condividere esperienze e buone pratiche.
Tra i molti contributi, alcuni mi hanno colpito particolarmente:
- Creare sicurezza: costruire contesti in cui le persone si sentano accolte, libere di esprimersi e anche di scegliere di non rispondere.
- Essere realmente presenti: ascoltare non soltanto le parole, ma anche i silenzi, i segnali del corpo e il sistema di relazioni che ogni persona porta con sé.
- Mostrare autenticità e vulnerabilità: scendere dal piedistallo, rinunciare alla pretesa di avere sempre risposte e costruire relazioni alla pari.
- Lasciare spazio: utilizzare anche il silenzio, il gioco, l’umorismo e la leggerezza, rispettando i tempi e i bisogni dell’altro.
E una riflessione che sento particolarmente vicina al mio modo di intendere il coaching:
Non sempre aiutare significa aggiungere qualcosa. A volte significa saper togliere, per lasciare all’altro lo spazio di cui ha bisogno.
Cosa mi porto a casa
La giornata si è conclusa con un gesto semplice e significativo: ciascuno ha scelto una parola per rappresentare come si era sentito durante l’esperienza.
Io mi porto a casa tre consapevolezze:
- Dalle dichiarazioni ai comportamenti. L’umano diventa valore soltanto quando ascolto, rispetto ed empatia si traducono in scelte e azioni concrete.
- Dalla richiesta di performance alla creazione delle condizioni. Le persone possono dare il meglio quando vengono riconosciute nella loro interezza, rispettate nei loro bisogni e messe nelle condizioni di esprimere le proprie capacità.
- Dall’intuizione alla consapevolezza. L’intuizione è una risorsa preziosa, ma richiede presenza, ascolto e capacità di riconoscere i propri bias, senza confondere interpretazioni e realtà.
Sono riflessioni che vanno oltre il coaching e interrogano direttamente il modo in cui guidiamo persone, costruiamo relazioni e sviluppiamo le nostre organizzazioni.
In un mondo in cui l’intelligenza artificiale ci permette di fare sempre più cose, la sfida non è soltanto imparare a utilizzare meglio la tecnologia, ma creare contesti che permettano alle persone di esprimere pienamente la propria umanità.
Perché forse la vera misura della centralità delle persone non è quanto ne parliamo nei valori aziendali, ma quanto siamo disposti a modificare comportamenti, priorità e modalità di lavoro per renderla possibile.
E allora lascio una domanda, soprattutto a chi guida persone e organizzazioni:
Quanto siamo davvero capaci di creare ambienti in cui le persone non debbano soltanto produrre sempre di più, ma possano dare il meglio di sé ed essere pienamente se stesse?
Maria Terlizzi – Business & Talent Coach