Per anni abbiamo pensato che il leader ideale fosse Ulisse.
Visionario. Coraggioso. Capace di trovare una soluzione quando tutti vedevano soltanto problemi.
L’uomo che indicava la rotta e portava la nave a destinazione.
Ma osservando la rilettura che Christopher Nolan propone di questo personaggio mi sono posta una domanda.
E se oggi non bastasse più essere come Ulisse?
Viviamo in un tempo in cui il cambiamento non è più un evento straordinario, è diventato la nostra condizione quotidiana.
- Cambiano i mercati, cambiano le organizzazioni, cambiano i ruoli, cambiano le competenze richieste.
- L’intelligenza artificiale sta trasformando il nostro modo di lavorare.
- Le persone cambiano lavoro più volte nella vita.
- Le aziende si riorganizzano continuamente.
- E i leader si trovano ogni giorno a prendere decisioni senza poter contare su certezze consolidate.
In fondo, come Ulisse, siamo tutti un po’ in viaggio.
Ma ogni viaggio porta con sé una domanda.
Come si attraversa una transizione senza perdere sé stessi e le persone che ci accompagnano?
È questa, a mio avviso, la vera domanda sulla leadership; non come vincere, ma come attraversare il cambiamento. Ed è proprio qui che il confronto tra Ulisse e Penelope diventa sorprendentemente attuale.
- Ulisse rappresenta il leader dell’azione.
- È brillante.
- Affronta il rischio.
- Trova soluzioni innovative.
- Si assume la responsabilità delle decisioni.
- Ha il coraggio di guidare gli altri verso territori sconosciuti.
Ma il film ci mostra anche le sue fragilità:
- Le vittorie hanno un prezzo.
- Le scorciatoie possono lasciare ferite profonde.
- E viene spontanea una domanda.
Possiamo parlare davvero di successo se il leader raggiunge l’obiettivo, ma lungo il cammino perde la propria squadra?
Poi c’è Penelope.
Per secoli è stata raccontata come la donna che aspetta. Io credo che sia una lettura riduttiva. Nel film emerge qualcosa di molto diverso.
Penelope non conquista territori.
- Custodisce
- Tiene insieme.
- Protegge
Mentre Ulisse affronta il caos fuori da Itaca, lei impedisce che il caos entri dentro Itaca.
- Tesse relazioni.
- Difende la fiducia.
- Preserva l’identità della sua comunità.
- Resiste senza smettere di guardare al futuro.
Ed è qui che mi sono fermata a riflettere.
Quante “Penelope” incontriamo ogni giorno nelle nostre organizzazioni?
Non sempre ricoprono ruoli di vertice. Spesso non sono quelle che prendono la parola durante le riunioni.
Eppure sono loro che tengono uniti i team. Che aiutano le persone ad attraversare i momenti difficili.
Che evitano che un conflitto distrugga mesi di lavoro. Che custodiscono la cultura dell’organizzazione.
Sono leader anche se nessuno le definisce tali.
Forse il futuro della leadership non consiste nello scegliere tra Ulisse e Penelope. Consiste nell’imparare a integrarli.
Perché ogni organizzazione ha bisogno di qualcuno che sappia indicare la direzione, ma ha altrettanto bisogno di qualcuno che sappia far sì che le persone abbiano la forza di percorrerla.
Una strategia può cambiare un’azienda. La fiducia cambia le persone ma senza persone nessuna strategia è destinata a durare.
Nella mia esperienza di Business Coach incontro molti “Ulisse”.Manager, imprenditori e professionisti competenti abituati a risolvere problemi, a decidere rapidamente, a sostenere grandi responsabilità.
Molto più raramente incontro persone che abbiano imparato la leadership di Penelope. Quella che ascolta, che crea fiducia, che sa rallentare quando tutti accelerano, che comprende che il cambiamento non è solo un processo organizzativo. È prima di tutto un’esperienza umana.
La maggior parte delle organizzazioni sa gestire il cambiamento operativo; molte meno sanno accompagnare le persone che lo stanno vivendo.
Personalmente credo che nelle organizzazioni non manchino persone competenti.
Manca più spesso la capacità di accompagnare il cambiamento senza perdere ciò che rende un’organizzazione davvero forte: la fiducia, le relazioni e il senso del lavoro.
È qui che la leadership smette di essere soltanto una funzione organizzativa e diventa una responsabilità profondamente umana.
Ed è proprio in queste transizioni che il coaching può fare la differenza; non perché offra risposte, ma perché aiuta le persone a trovare le proprie. Non indica la strada. Aiuta a riconoscere quella più coerente con i propri valori, le proprie responsabilità e il contesto che stanno vivendo.
Accompagnare una transizione per me significa:
- aiutare una persona a trasformare l’incertezza in chiarezza.
- la paura in consapevolezza.
- la complessità in possibilità.
Perché ogni cambiamento porta inevitabilmente una perdita, ma può diventare anche il punto di partenza di una crescita.
È questo il lavoro che svolgo ogni giorno: accompagnare leader, imprenditori, professionisti e persone nei loro percorsi di transizione umana e professionale, affinché possano attraversare il cambiamento con maggiore consapevolezza, fiducia e capacità di generare valore per sé stessi e per gli altri.
Vorrei lasciarti con una riflessione.
Un leader non si misura solo dalla meta che raggiunge. Si misura da come ci arrivano le persone che lo hanno seguito.
E tu?
Nella tua esperienza, quale leadership senti più necessaria oggi?
- Quella di Ulisse?
- Quella di Penelope?
- Oppure credi, come me, che il futuro appartenga a chi saprà integrare entrambe?
Se oggi non basta più essere soltanto strategici…Come può un leader affrontare le proprie fragilità senza perdere autorevolezza?
È il tema che tratterò nel prossimo articolo.