La vulnerabilità come forma di leadership e segno di maturità.

Per molto tempo ci hanno insegnato che un leader deve essere forte.

  • Sicuro.
  • Determinato.
  • Capace di avere sempre la risposta giusta.
  • Di non mostrare dubbi.
  • Di non lasciarsi sopraffare dalle emozioni.

Ma se fosse proprio questa l’idea di leadership che oggi mostra i suoi limiti?

Tra i tanti episodi dell’Odissea ce n’è uno che continua ad affascinarmi:  L’incontro con le Sirene.

Ulisse conosce il loro potere, sa che il loro canto è irresistibile, sa anche una cosa ancora più importante: Sa di non essere abbastanza forte per resistere da solo.

E allora prende una decisione sorprendente.

Non evita il pericolo. Non finge di esserne immune. Chiede ai suoi uomini di legarlo all’albero maestro e ordina loro di non liberarlo, qualunque cosa lui dica.

È quello che oggi molti chiamano il “Patto di Ulisse”.

Più ci rifletto, più penso che questa non sia una storia di debolezza. È una straordinaria storia di maturità. Perché Ulisse comprende una verità che spesso dimentichiamo.

Il rischio più grande per un leader non è avere dei limiti. È non riconoscerli.

Anzi.

Spesso sono proprio i leader più competenti a correre questo rischio.

  • L’esperienza può trasformarsi in sicurezza.
  • La sicurezza in certezza.
  • La certezza in rigidità.
  • La rigidità può impedire di vedere ciò che sta cambiando.

Il documento propone una lettura molto attuale delle Sirene. Non rappresentano soltanto una tentazione mitologica.

Diventano la metafora di tutto ciò che rischia di far perdere la rotta a persone e organizzazioni:  le scorciatoie.

  • Le promesse di risultati immediati.
  • Le innovazioni inseguite solo perché sono di moda.
  • Le metriche che rassicurano ma non raccontano la realtà.

Tutte quelle decisioni che sembrano brillanti nell’immediato, ma che nel tempo possono allontanarci da ciò che conta davvero.

Mi capita spesso di incontrare manager e imprenditori che non hanno bisogno di nuove competenze. Hanno bisogno di uno spazio in cui poter dire, senza sentirsi giudicati:

“Non sono sicuro che questa sia la scelta giusta.”

Oppure:

“Sento di stare perdendo la direzione.”

O ancora:

“Sto portando tutti avanti… ma io faccio sempre più fatica.”

E forse è proprio qui che nasce una leadership più matura. Non quando il leader smette di avere dubbi. Ma quando smette di nasconderli.

Personalmente credo che uno degli equivoci più diffusi sia associare la vulnerabilità alla fragilità. Per me è vero il contrario.

La vulnerabilità diventa una forza quando genera consapevolezza. Perché solo chi conosce le proprie debolezze può costruire gli strumenti per non esserne governato.

In fondo è quello che fa Ulisse.

Non elimina il rischio. Progetta un sistema che lo protegga quando sa che, da solo, potrebbe non bastare.

Anche nelle organizzazioni questo accade ogni giorno.

I leader più efficaci non sono quelli che credono di poter controllare tutto. Sono quelli che costruiscono contesti in cui le decisioni possono essere condivise, i dubbi possono essere espressi e le persone possono aiutarsi reciprocamente a mantenere la rotta.

Per questo considero il coaching uno degli strumenti più preziosi nei momenti di transizione.

Non serve a rendere le persone più forti. Serve a renderle più consapevoli. E spesso la consapevolezza è la forma più alta di forza.

 

Vorrei lasciarti con una domanda.

  • Qual è la tua “Sirena”?
  • Qual è quella tentazione, quella convinzione o quella paura che rischia, ogni tanto, di allontanarti dalla rotta che hai scelto?

Forse la qualità più importante di un leader non è non ascoltare il canto delle Sirene. È sapere, con umiltà, quando è il momento di chiedere a qualcuno di aiutarlo a restare fedele alla propria direzione.

Ma riconoscere i propri limiti non basta.

Arriva un momento in cui ogni leader deve affrontare una domanda ancora più difficile.

Quando il modello di leadership che mi ha portato fin qui smette di essere quello di cui l’organizzazione ha bisogno?

Ne parlerò nel prossimo articolo.

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