Oggi vorrei proporvi la lettura di un interessante articolo di Primate a commento del libro di Marina Minetti “Non morire dei gerarchia”
Nel libro l’autrice provocatoriamente dichiara che la gerarchia in azienda è una fonte di inefficienza, un prodotto di epoche che non esistono più e che il presidio dell’efficienza delle organizzazioni si sta evolvendo.
Sarà vero e perché? Scopriamolo insieme.
Innanzitutto l’autrice evidenzia che il contesto in cui operiamo oggi è molto diverso da quello passato, caratterizzato da una maggiore stabilità economica e sociale, che permetteva di definire piano strategici a medio e lungo termine sorretti da una organizzazione verticistica e da rigide procedure.
Al contrario oggi viviamo in contesti in sempre più rapida evoluzione che richiedono molta flessibilità e la capacità delle strutture e dei processi di adeguarsi ripidamente ai cambiamenti in atto. Conseguentemente tutto ciò che è rigido e fortemente strutturato finisce col frenare e ostacolare i cambiamenti richiesti allungandone inevitabilmente i tempi.
Cosa diventa quindi importante secondo Marina Minetti?
“Passare da un approccio Comand Planning & Control che concentra le decisioni in poche mani a un approccio Sense & Respond che favorisce la capacità a tutti i livelli di percepire minacce e opportunità e rispondere velocemente accorciando la distanza tra i problemi e le opportunità di soluzione”.
Non si tratta quindi di togliere il ruolo decisionale ai capi, ma di ampliare a tutti i livelli la possibilità di trovare direttamente soluzione ai problemi che impattano sull’operatività senza dover riportare sempre le decisioni a livello superiore.
Se oggi a mio avviso vediamo tanti bravi capi intorno a noi totalmente coinvolti nei problemi operativi quotidiani e pochissimo in quelli strategici propri del loro ruolo, uno dei motivi è proprio questo.
Non dobbiamo quindi eliminare la gerarchia che ha il vantaggio di dare struttura, ordine e ridurre il caos, conclude l’autrice ma dobbiamo cambiare la nostra visione sulla gerarchia allargandone il concetto. Dobbiamo entrare nell’ordine di idee che non decide sempre e solo chi sta più in alto ma di volta in volta chi è più vicino al problema, chi ha le maggiori competenze o i componenti di un team.
Come farlo? attraverso:
- l’aumento della delega e delle autonomie ai vari livelli,
- il coinvolgimento delle persone affinché possano dare un contributo di qualità e di ricavarne senso, motivazione e appartenenza
- sostituendo alle piramidi e silos organizzativi i team in grado di presidiare tutte le fasi di ogni specifico processo produttivo.
Il libro cita infine alcuni esempi concreti di cambiamento in diverse realtà aziendali, tutti realizzati attraverso un ampio coinvolgimento dei team che, chiamati ad essere parte attiva del cambiamento, hanno potuto sperimentare e valutare e decidere quali nuove modalità implementare con l’obiettivo di migliorare il servizio al cliente, l’efficienza e il clima interno.
Un altro aspetto importante citato nel libro è quello di lavorare sulla cultura organizzativa per generare un ambiente protetto che aiuti le persone a trovare il coraggio di esporsi, di dare il loro contributo, di esprimere il loro disaccordo, di fare proposte innovative e soprattutto di fare emergere gli errori per risolverli anziché nasconderli per paura di essere puniti dal capo.
Quest’ultimo aspetto che coinvolge la cultura di una organizzazione è a mio avviso uno degli aspetti più delicati e importanti dei processi di cambiamento.
Spesso vediamo aziende che si concentrano solo sugli aspetti riorganizzativi e tecnologici come quelli legati alla digitalizzazione, con l’unico obiettivo di ridurre i costi, per poi vedere vanificati i loro sforzi perché non hanno posto adeguata attenzione alla cultura interna, alla comunicazione, al coinvolgimento delle persone che avendo subito i cambiamenti di fatto li hanno ostacolati.
Noi coach chiamiamo ogni forma di cambiamento “uscire dalla zona di confort” perché affrontare il nuovo significa di fatto abbandonare un po’ delle nostre sicurezze o confort su cui poggiamo la nostra vita.
Il nostro compito come coach è proprio aiutare, sostenere e accompagnare le persone proprio in questa delicata fase di passaggio dal vecchio al nuovo, sia che riguardi la sfera lavorativa che quella personale, affinché gli ostacoli si possano tramutare in nuove opportunità.
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