Si è chiuso il settantatreesimo Festival di San Remo con un record di ascolti.
Se proviamo a vedere il festival come una struttura organizzativa che è chiamata oltre a regalare spettacolo a fare business, notiamo subito che il suo successo viene misurato da un indicatore: lo “share”, ovvero la percentuale di ascolti registrata durante la serata che a Sanremo ha superato il 66%. Percentuale che determina gli introiti delle sponsorizzazioni e il valore economico dell’indotto che questa grande vetrina genera.
Cosa ha permesso questo importantissimo risultato? Sicuramente tantissimi fattori, risorse e interessi confluiti in questa manifestazione, ma quello che secondo me ha fatto la vera differenza nei festival condotti da Amadeus, è la visione di un progetto di integrazione generazionale.
Al di là di alcune cadute di stile e polemiche, casuali o create ad arte per accrescere gli ascolti, Amedeus è stato capace di attrarre i giovani che sicuramente sono quelli che ascoltano e comprano più musica, (e quindi il cliente target più ambito). Ha saputo cogliere i loro interessi, entrando nel loro mondo attraverso i canali social. Ha attivato una modalità di comunicazione adatta a loro, dentro e fuori dal festival, divertente e dissacrante con il controcanto di Fiorello del dopofestival e il gioco del Fanta Sanremo. Li ha sostenuti, valorizzati e fatti sentire importanti e protagonisti al pari dei big.
Tutto questo senza dimenticare un’altra importante fetta di pubblico rappresentato dalle generazioni meno giovani che, grazie ai cantanti più famosi e alle canzoni più note, hanno potuto rivivere i ricordi e i momenti più belli della loro vita.
L’altro spazio importante è stato quello dei duetti che hanno consentito ai giovani di cantare con i big vecchie canzoni reinterpretandole e facendole diventare in qualche modo attuali. E’ stato sostanzialmente capace di trasformare le diversità di genere, di età, di sensibilità e di gusto in ricchezza espressiva.
Questa visione che rispetta e dà spazio a tutti, che si apre al nuovo con creatività e senza preconcetti, che attraverso messaggi profondi da senso e valore al nostro stare insieme è secondo me la chiave del successo di pubblico del festival di Amedeus che, come un bravissimo direttore d’orchestra, è riuscito a far suonare in modo armonioso tutti gli strumenti messi a disposizione dalla Rai.
Questa visione si accomuna a quella di altri grandi come Pavarotti ideatore del “Pavarotti and Friends”, che è stato capace di integrare due mondi apparentemente così lontani come la musica lirica e quella moderna e pop o come Roberto Bolle che ha saputo integrare in “Balla con me” danza classica e moderna rendendole accessibili al grande pubblico, solo per citare i più noti.
Il messaggio è chiaro se si vuole crescere ed evolvere occorre ampliare i propri confini, e per farlo occorre:
- abbattere per prima cosa le barriere del giudizio e pregiudizio;
- essere curiosi di conoscere mondi diversi da nostro;
- adottare modalità comunicative che favoriscano l’apertura, la conoscenza e il dialogo;
- scendere dai piedistalli, essere umili e disponibili a imparare anche da chi è più giovane di noi;
- essere creativi e desiderosi di ricercare strade e soluzioni nuove mai praticate prima
- ricercare e focalizzare l’attenzione su ciò che accomuna e non su ciò che ci divide
- dare un senso profondo e condiviso a ciò che facciamo insieme
Oggi molte aziende stanno vivendo situazioni di grandi cambiamenti, nella consapevolezza che le vecchie ricette che fino a ieri ne garantivano il successo sul mercato oggi non funzionano più e che occorre percorrere strade nuove, senza sapere ancora bene dove andare e cosa fare.
Sono convinta che se le aziende avessero il coraggio di allargare la propria visione andando a cogliere ispirazione da altri mondi, come ad esempio quello della musica, dell’arte, della letteratura, potrebbero scoprire l’utilità di avere al loro interno creativi come Fiorello che pensano fuori dagli schemi, esperti in comunicazione intergenerazionale che sanno veicolare con modalità diverse i messaggi aziendali, filosofi che sanno fare emergere il senso e il valore condiviso di ciò che si fa insieme, ma anche di bravi coach che sappiano facilitare le relazioni interne e l’integrazione tra generazioni che apparentemente parlano lingue molto diverse.
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